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  Ti trovi in: Tempo Libero » Arte in Granda » Pittori » Giletta Ugo venerdì 10 settembre 2010  
Giletta Ugo
giletta.jpgUgo Giletta
Vive e lavora a Manta.
email: gilettaugo@libero.it

“…Ugo Giletta è di Revello, il paese del futurista Fillia e del giardiniere Perone, vicino a Saluzzo.
Dipinge grandi e piccoli quadri che hanno un segno prepotente, affilato: una punta di lancia, un cuneo, un triangolo che può essere la memoria di una schiena di collina, o il dorso di una acciuga.
Ugo lavora a San Firmino, paese dove è nato, fatto di un'unica grande cascina... Ugo lavora alla Posta di Cuneo, non vuole responsabilità, se non quella del suo essere artista e bloccare sulla tela, color argento, nero, giallo, rosso, azzurro, quel segno che sarà selce primitiva, ma che a me appare sempre di più come il dorso di un'acciuga che salta, guizza, vuoi fuggire l'immobilità della campagna e quella, solenne, del Mon- viso per tornare al mare...».
(Nico Orengo nel libro “IL SALTO DELL’ACCIUGA” ed. Einaudi 1997 )

Ci voleva la penna di uno scrittore di rango per dare a Ugo la dimensione di artista che gli spetta. Sono tornato, poco tempo addietro, come dieci anni fa quando ci siamo conosciuti, allo studio di Ugo a San Firmino. E cambiato tutto, non nella calma immemore della cascina che lo ospita, sempre più ridondante di splendidi quadrupedi lattiferi e di tecnologie agrarie, ma nelle cose che Ugo fa, nelle opere.
Intanto, Ugo, dopo essersi dedicato con maestrìa al video («Si è messo a fare dei video - scrive ancora Orengo -, credo che un po' sia dovuto al fatto che lo considera un mezzo nuovo, più "moderno" della tela, e un po' perché stanno in poco spazio e non li vedi se vuoi»), è ritornato alla pittura.
Nello studio, sito nella vecchia cascina settecentesca un poco diroccata, vi sono alti sgabelli sui quali poggiano delle sculturine con le membra di filo di ferro, modellate nella cera, vestite di panni, con degli strani corredi. Sono la testimonianza dell'ultima collaborazione con Orengo. In una sera primaverile di quest'anno, purtroppo afflitta dalla pioggia, in quel di Manta (si doveva essere nel parco del Castello e invece si finì in Santa Maria del Monastero), Orengo ha messo in scena, dopo averle tradotte, le storie melanconiche dello scrittore-regista Tim Burton, autore tanto caro ai giovani, con le sue raggelanti metafore condensate in ironici percorsi, quasi dei nonsenso nei quali si riconoscono vari archetipi contemporanei: il bambino-ostrica, la bambina vodoo, il bambino tossico, quello mummia e così via.
Con rara efficacia le sculturine di Giletta simbolizzano queste magre e tristi storielle. Sono state viste a Genova, in seguito, e meritano certamente una riproposizione più ampia. Ritrovo i tratti del lavoro di Giletta che bene conosco: la scabra essenzialità del linguag- gio, l'adesione filosofìca a un tema, l'approfondimento di un carattere, l'amore per la costruzione logica complessa, degna di un artista della cerchia di Federico II, ignaro di ben poche cose, attento a tutto. Caratteri che furono evidenti anche nei lavori presentati da Ugo per due concorsi monumentali: quello per il Premio Mastroianni e quello per il matematico Peano. Specialmente nel primo, Ugo, lavorando su un'intera collina, riuscì a trasferirvi il suo mondo di presagi e di segni iconici, di spiaz zamenti e di metafore.
Ora, tutto è ridotto alla pietas di queste statuine, a questo presepe deserrifìcato. Che grida. Urla. Mi colpisce come un urlo, una cosa che chiude la bocca dello stomaco questo ritorno di Giletta alla pittura.
Dopo le sculture, mi mostra una serie di acquerelli. Sono una serie infinita di variazioni, su carta e su tela, in dimensioni diverse, di un'unica immagine che però è, in ciascuna di esse, mille altre immagini. E un volto. Più che un volto, un buco nero, nel quale la visione si immerge, come attrat ta e risucchiata. Si entra, si penetra, si è avvinti, metabolizzari ed espulsi, da queste occhiaie vuote, dalle narici, dalla bocca soprattutto: antro oscuro, atrio di grotta, voragine che attrae e respinge.
Possono essere disposti singolarmente o in schiera con un effetto, in questo caso, da esercito di terracotta cinese. Singolarmente, possono essere osservati anche per ore: c'è tanto da vedere. Attraggono come un paesaggio e sempre c'è qualche risvolto o particolare da scoprire e da consi derare. Intuisco la possibilità di una grande mostra. Qualcuno la farà. Solo la sua riservatezza impedisce a Ugo, ormai, di raccogliere il successo che merita.


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